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Emergenza ulivi in Puglia, bisogna sensibilizzare alla profilassi

La rubrica di Alessandro Cannavale

di Alessandro Cannavale

Alessandro Cannavale Alessandro Cannavale

Da anni, ormai, si parla di emergenza-ulivi in Puglia. L’informazione in materia è troppo spesso controversa. Oggi sentiamo parlare di brusche battute d’arresto della diffusione della fitopatia e il giorno successivo di inarrestabile emergenza. Nei giorni scorsi molte polemiche hanno suscitato i dati dei campionamenti effettuati sulle piante. Per dare un contributo chiaro e soprattutto utile, mi sono rivolto a un esperto, Cristian Casili, dottore agronomo e consigliere regionale in Puglia per il gruppo M5S. Alle mie domande ha risposto con chiarezza e competenza.

In base alle sue competenze professionali e alla sua esperienza politica, cosa ritiene si debba e si possa fare per fronteggiare l'emergenza del disseccamento degli ulivi osservata in Salento? Si tratta di emergenza? 

Occorre non lasciare abbandonata a se stessa la zona infetta, e precisamente la provincia di Lecce da dove sono partiti i primi focolai. L'errore fatale è concentrare i monitoraggi e, quindi, il prelievo di campioni, solo nelle zone cuscinetto, contenimento, e a nord della zona infetta. Se non si interviene con la gestione colturale dei campi nelle zone dove il CoDiRo è ormai diffuso, cioè la provincia di Lecce, l'inoculo continuerà sempre di più a spingere nelle provincie contermini, cioè Brindisi e Taranto, rendendo inutili i controlli e i campionamenti a Nord. Sono tre anni che dico queste cose, oggi ho l'opportunità di farlo anche nelle sedi istituzionali, ma rimangono parole inascoltate. Siamo in una fase di post emergenza in cui siamo costretti a convivere per sempre con il batterio che non può in alcun modo essere eradicato, persino le tanto invocate varietà tolleranti di olivo comunque si infettano e mantengono la popolazione del batterio sul territorio. Nulla si sta facendo per aiutare i piccoli produttori senza reddito a effettuare quelle operazioni colturali utili ad abbassare la quantità di inoculo del patogeno o, meglio, dei patogeni coinvolti nel complesso del disseccamento rapido dell'Ulivo. Fino ad oggi pochissime aziende, quelle più strutturate, hanno adempiuto alle prescrizioni agronomiche imposte. 

Quali sono gli esiti dei monitoraggi effettuati? Leggevo di alcune polemiche circa i dati inerenti le piante colpite. Cosa sta succedendo?

I dati dei monitoraggi non potranno essere mai esaustivi sulla reale consistenza dell'infezione nelle aree indenni, perché il patogeno ha un periodo di latenza importante prima di manifestare i sui sintomi, e poi avendo le piante un "sistema vascolare" differente dal nostro è molto difficile scovare in tempo con i campionamenti il batterio, quindi i dati saranno sempre approssimativi e oggetto di polemiche. Servirebbero risorse umane ed economiche impensabili per ripetere i campionamenti nel breve periodo e su superfici enormi. E poi la mancanza di monitoraggi in provincia di Lecce come dicevo è imperdonabile. Se facessimo campionamenti in questa area dove i disseccamenti hanno già una loro storia epidemiologica potremmo osservare il comportamento di piante sintomatiche e asintomatiche, valutare il comportamento in piante infette ma di età differenti, correlare la malattia con le differenti condizioni pedoclimatiche, e, soprattutto, imporre nelle aree ancora indenni le pratiche agronomiche sul suolo e sulle piante. 

Secondo lei sarebbe opportuno impiantare nuove specie resistenti al disseccamento rapido delle piante di ulivo?

Ad oggi non possiamo parlare di ulivi resistenti, ma di ulivi tolleranti come il leccino. Questo vuol dire che il leccino, come è stato dimostrato scientificamente, si infetta come le cultuvar locali di Cellina e Ogliarola ma riesce a sopportare meglio l'infezione. Non sappiamo ancora come risponderà nel tempo, e io ritengo di andarci cauti. A meno che qualcuno non pensi di trattare l'ulivo come una semplice pianta da rinnovo, cioè da espiantare alla bisogna. Quello che non comprendo in tutta questa faccenda è l'appetito di qualcuno che ha intravisto in questa fitopatia la possibilità di ricevere cospicui finanziamenti europei e regionali per sconvolgere il nostro paesaggio con la coltivazione superintensiva di ulivi tolleranti che tra l'altro richiederebbero enormi quantità di acqua che non possiamo permetterci a seguito della salinizzazione delle nostre falde e l'inquinamento delle stesse a causa di un'agricoltura industriale. Ripeto: l'azione più importante da fare è sensibilizzare le popolazioni a fare profilassi aiutandole ad applicare pratiche colturali per potenziare i fattori di convivenza con il CoDiRo.

 

Lun, 27/02/2017 - 18:28
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