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Inchieste Italia

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esclusiva basilicata24

Un 'fiore' da 20mila euro al giudice e il processo si aggiusta

La proposta choc di un curatore fallimentare a un imprenditore. Che succede nei tribunali di Taranto e Potenza?

L’audio che pubblichiamo, racconta in emblematica sintesi, le dinamiche, di quello che, da anni, sembrerebbe un “sistema” illegale di gestione delle procedure delle aste fallimentari. 

I fatti riguardano, in questo caso, il tribunale di Taranto. I protagonisti della conversazione nell’audio sono un imprenditore, Tonino, inciampato nei meccanismi del “sistema”, il suo avvocato e il curatore fallimentare nominato dal Giudice. Quella conversazione risale al febbraio del 2014, ma i fatti cui si fa riferimento sono tuttora oggetto di contenzioso. L’imprenditore, due anni prima avrebbe subito due aggressioni o più precisamente, come egli dice: “Hanno tentato di uccidermi”. Fatto sta che in una delle due aggressioni il signor Tonino ha perso la vista all’occhio destro. Nella conversazione che pubblichiamo, emergerebbe un tentativo di concussione da parte del curatore il quale afferma di parlare in nome di un giudice delle esecuzioni fallimentari. L’imprenditore, per non avere più fastidi, e chiudere la faccenda, dovrebbe “offrire un fiore” da ventimila euro. Chiudiamo questa parentesi e andiamo a capire che cosa succede nei tribunali di Taranto e di Potenza. Che c’entra Potenza? Ce lo spiegano le vittime: “Il tribunale del capoluogo lucano sembra essere il terminal oscuro di molte denunce contro i magistrati tarantini. L’ultima fermata delle speranze di giustizia. Il luogo dove il cerchio si chiude a danno di poveri cittadini sottoposti a procedure fallimentari o esecuzioni immobiliari. ”

La punta dell’iceberg e le minacce di suicidio

A quanto pare i cittadini che, dopo aver subito per anni, vessazioni, umiliazioni e ingiustizie, hanno alzato la voce non sono molti. Rappresentano, però, la punta di un iceberg molto vasto. A Taranto ci sarebbero quasi 750 case all’asta, con centinaia di famiglie destinate a finire sulla strada. Non solo case. Molte aziende agricole sono finite nelle maglie delle procedure fallimentari e molte altre rischiano di fare la stessa fine. Sono gli stessi imprenditori agricoli a lanciare l’allarme e denunciano “il comportamento dell’autorità giudiziaria che vende i beni all’asta a faccendieri di mestiere svalutandone il prezzo che non copre il totale dei debiti dell’esecutato che continua a rimanere indebitato e privato dei propri beni; contestano il comportamento dell’autorità giudiziaria che non consente all’esecutato un riscatto di posizione anche quando, rilevato il comportamento usuraio della banca, procede imperterrita nella vendita del bene…” Insomma, l’unica preoccupazione dei giudici tarantini sembra essere quella di vendere, vendere, vendere, a tutti i costi. Perché? A chi? Lo vedremo. Fatto sta che mentre scriviamo, da Taranto ci segnalano che un imprenditore agricolo minaccia di darsi fuoco, perché la sua azienda, il cui valore, “sottostimato”, è di 600mila euro, è stata venduta all’asta ad un prezzo di circa 150mila euro.

 

“E che c’entra… noi le case mica le regaliamo... e comunque il prezzo base è più che sufficiente, noi vendiamo anche e sino a euro 20.000,00!”

Questa è la risposta che il giudice delle esecuzioni avrebbe dato alla signora Giovanna Montemurro, o meglio alla figlia di lei: … “Al che mia figlia gli evidenziava che in base all’ultima ordinanza di vendita, da lui (il giudice Martino Casavola) firmata, il valore del bene si era di molto abbassato, scendendo al di sotto della metà, con la conseguenza che pur vendendo la nostra casa, nemmeno i debiti si sarebbero coperti (debiti che nel frattempo erano fortemente lievitati); (…). Mi risulta che, a quel punto, il magistrato rispondeva così: “E che c’entra… noi le case mica le regaliamo... e comunque il prezzo base è più che sufficiente, noi vendiamo anche e sino a euro 20.000,00”. Eppure, scrive la signora Montemurro nel suo esposto, non si poteva procedere all’asta perché il prezzo fissato come base, pari a euro 49.800,00, era inferiore al limite minimo di legge, ossia il limite della metà del valore del bene espropriando, così come determinato dallo stesso Tribunale. In questo caso il prezzo stabilito è pari a euro 118.000,00, per cui la metà sarebbe stata al massimo euro 59.000,00. Quindi non si poteva procedere all’asta poiché il prezzo base non avrebbe potuto consentire un ragionevole soddisfacimento delle ragioni dei creditori, anche tenuto conto dei costi della procedura esecutiva. Purtroppo il giudice dell’esecuzione – scrive la signora Montemurro - ha venduto la nostra casa all’asta durante l’udienza del 26 maggio 2016, con un tempismo sospetto.

“…l’asta va avanti anche quando si tratta di vendere case abitate dagli invalidi”

La signora Montemurro ha presentato ricorso con richiesta di tutela cautelare, alle ore 12.30 del 24 maggio 2016; il magistrato avrebbe ricevuto il fascicolo il 25 maggio e lo stesso giorno il giudice Andrea Paiano ha rigettato la richiesta. Il giorno successivo, il 26 maggio, ha provveduto all’aggiudicazione, in maniera se non illegittima quanto meno poco prudente, in considerazione del fatto che si trattava di un immobile adibito ad abitazione occupata da due anziani quasi ottantenni. Non c’è da meravigliarsi. E’ ancora la signora Montemurro a parlare: Messo di fronte al rischio che io e mio marito, ormai anziani, finissimo in mezzo alla strada, anche alla luce del diritto comunitario, così come applicato dalla Corte di Giustizia, secondo cui l’abitazione di residenza deve essere tutelata, il giudice (in questo caso Martino Casavola) si limitava a precisare che dovevamo ringraziare per essere rimasti nella casa per trent’anni e che il fatto che la casa fosse abitata da due anziani a nulla rilevava e che l’asta andava comunque avanti, e va avanti anche quando si tratta di vendere case abitate dagli invalidi. Però!

Chi compra la casa all’asta dei Montemurro?

Lo chiediamo alla signora Giovanna. “A quanto mi risulta l’unico offerente per l’asta è stato un certo signor Di Napoli Pasquale. Di lui so soltanto che è imparentato, essendone verosimilmente il figlio, con il signor Di Napoli Giovanni, con precedenti per associazione per delinquere di stampo mafioso, e attualmente in carcere per l’episodio del triplice omicidio di Palagiano del 2014, ove fu ucciso anche un bambino di tre anni. Sembrerebbe che, prima dell’evento omicidiario e dell’arresto, il signor Giovanni Di Napoli lavorasse con il figlio Pasquale, nella ditta di quest’ultimo, in Massafra”. Da quanto abbiamo appreso segnaliamo la circostanza che Giovanni Di Napoli avrebbe legami con il clan mafioso dei Putignano di Palagiano.

Il clan mafioso e le aste pilotate

Pasquale Putignano, 67enne membro dell’omonimo clan il cui capo sarebbe il fratello Carmelo, detto “Minuccio”, venne arrestato il 5 aprile 2016 perché aveva chiesto soldi a un imprenditore agricolo per pilotare un asta. Il Putignano è stato nuovamente arrestato il 3 novembre 2016 per gli stessi fatti: estorsione e turbativa d’asta. Nel corso del tempo, i carabinieri hanno avuto modo di accertare nuove condotte delittuose, della stessa specie e con lo stesso "modus operandi", in danno di imprenditori agricoli dell'agro di Palagiano e Palagianello. Il 67enne, secondo quanto emerso dalle indagini, minacciava di pilotare l'aggiudicazione di beni sottoposti a vendita giudiziaria di alcuni imprenditori agricoli, sottoposti a procedure esecutive immobiliari ed intenzionati a riacquistarne la proprietà, millantando di poter allontanare ogni possibile concorrente. Il palagianese, per la "sua opera persuasiva" – dicono gli inquirenti- pretendeva dai malcapitati l'ingiusta consegna di una somma di denaro, quale compenso per il proprio intervento, facendosi promettere ulteriori somme di denaro in caso di favorevole esito delle aste giudiziarie, presso il Tribunale di Taranto.

“E’ in utile che continuate a pagare tanto il terreno sarà venduto... c'è già il compratore”

Così parla al telefono un funzionario della SGC, società delegata alla riscossione del credito vantato dalla Bnl nei confronti della signora Maria Spera. E ancora: “Non continuate a pagare altrimenti saranno tutti soldi gettati... se non pagate la penale il terreno sarà venduto il 29 novembre ”. Il funzionario al telefono sa benissimo che la signora Spera non può e comunque non deve pagare alcuna penale. La vendita di quelle proprietà è stata pianificata da tempo. Un piatto succulento per chiunque. Un patrimonio che qualcuno vorrebbe comprare con quattro soldi. In questa vicenda, le violazioni di legge, gli abusi, e persino l’usura sono drammaticamente evidenti. La signora Spera lo spiega nel suo esposto: …”la somma che ho preso a mutuo nel 1990, dalla Bnl, era pari a 500 milioni di lire corrispondenti a € 258.228,45; la somma che alla data della conversione del pignoramento ho reso (novembre 2007) è pari a €. 400.000,00; la BNL, secondo i conteggi depositati in giudizio all’udienza di conversione (29.11.2007), mi ha chiesto ancora €. 491.013,91 (oltre spese successive); la SGC, in virtù del decreto ingiuntivo 566/2003, che trae origine dallo stesso mutuo, consacra in un titolo definitivo e non più caducabile la somma di € 408.834,30 oltre interessi di mora dal 2003…; tutto ciò comporta, ulteriormente, che a fronte di un mutuo di circa € 258.000,00 oggi esistono titoli per ottenere coattivamente circa € 1.500.000,00. Insomma, la BNL e la SGC agiscono entrambe per l’intero credito rinveniente dal mutuo e non ognuna di esse per una parte dello stesso credito. E’ come dire: Caio deve 100 a Mevio, Mevio cede i 100 a Sempronio, Mevio e Sempronio agiscono entrambi congiuntamente… Caio non è più debitore di 100 ma di 200! Insomma, una illegittima duplicazione di titoli esecutivi.

C’è già il compratore, chi sarebbe?

Signora Spera, chi sarebbe il compratore? Le condotte di tutte le parti coinvolte in questa storia, oltre ad avermi danneggiata ingiustamente, erano oggettivamente finalizzate a favorire probabilmente il ricco imprenditore locale Antonio Albanese, notoriamente interessato ad acquistare il terreno di mia proprietà e generalmente avvezzo agli acquisti all’asta.

La banca concede un mutuo a chi evidentemente non può sostenerlo. Perché?

Alla domanda risponde il signor Vitoantonio Bello, di Massafra: Forse perché sin dall’inizio hanno deciso di prendersi la mia casa. Nel caso di Bello l’asta immobiliare riguarda la casa dove vive con moglie e due figli minori, un anno e cinque anni di età. In questo caso la magistratura di Taranto, non accordandogli tutela e non sospendendo l’esecuzione, in un provvedimento giurisdizionale, ha sostanzialmente anche asserito che non vi sarebbe alcun vizio nel rapporto tra il signor Bello e la banca, seppure l’istituto di credito, concedendogli più prestiti a distanza di poco tempo, era a conoscenza che lo stesso cliente non sarebbe stato in condizione di restituire il denaro, e ciò in considerazione di quella che era la sua valutata capacità di rimborso. In questo caso il giudice dell'esecuzione è Francesca Zanna.

La tela del ragno

I cittadini vessati sono convinti di essere finiti nelle maglie di un “sistema” che fa affari intorno alle aste. Avvocati, periti, magistrati, consulenti, funzionari di banche, faccendieri e malavitosi si coalizzerebbero per aggredire i patrimoni delle povere vittime, spesso inconsapevoli dell’esito, già deciso, delle loro vicende giudiziarie. Loro traccerebbero i percorsi giudiziari avvalendosi dei soliti periti che sottostimano il valore degli immobili, per raggiungere l’obiettivo della vendita a basso prezzo, ricavando percentuali sull’affare aggiudicato ai soliti compratori o ai loro prestanome. E se qualcuno dovesse, a valle del tracciato giudiziario, partecipare a un asta già assegnata a monte a Tizio, a quel qualcuno viene “amichevolmente” consigliato di ritirarsi dalla partita oppure gli viene offerto del denaro. Tutto avverrebbe, come scrive il signor Delli Santi nel suo esposto, nella certezza dell’impunità. “Tanto a Potenza archiviano”. “Il principio di rotazione dei consulenti sarebbe rispettato soltanto per molti, con pochi e marginali incarichi, ma non per alcuni, che si contano sulle dita di una mano, ai quali sarebbero affidati grossi incarichi in grande quantità. E’ il caso dei consulenti Paolo D’Amore e Valentina Valenti. Sarebbero tra i cinque consulenti che hanno collaborato costantemente con il giudice Martino Casavola. D’Amore in 7 anni avrebbe ricevuto 238 incarichi, 34 l’anno, quasi 3 al mese. Un’enormità. Scrive ancora nel suo esposto il signor Angelo Delli Santi: “Naturalmente, anche questa circostanza è stata denunciata al tribunale di Potenza e, manco a dirlo, anche questa volta Potenza ha ignorato.” Sembrerebbe che tra alcuni magistrati, consulenti, periti, avvocati ci siano legami parentali e amicali più o meno stretti.

L’estrema difesa dei cittadini: Chiedere aiuto al tribunale di Potenza

Le storie qui raccontate sono soltanto un frammento di una lunga narrazione che riguarderebbe molti altri casi. La narrazione di abusi, falsi ideologici, strafalcioni procedurali, usura e raggiri che hanno seminato e stanno seminando molte vittime. Sarebbero decine i cittadini che hanno denunciato i giudici, ma anche periti e custodi giudiziari tarantini, al tribunale competente di Potenza. Per ottenere cosa? Improbabili, eppure sorprendenti archiviazioni. Tra i casi più eclatanti quello della signora Spera finito, come altri, nelle mani del pm di Potenza Anna Gloria Piccininni. Spera denuncia il giudice delle esecuzioni di Taranto, Martino Casavola e il Ctu, Paolo D’Amore, per i reati di abuso d’ufficio, omissione in atti d’ufficio, falsa perizia o interpretazione. La Procura di Potenza chiede l’archiviazione sulla base delle sole dichiarazioni del custode, avvocato Fabrizio Nastri che doveva essere indagato. Tutto a posto. La signora Spera fa opposizione alla richiesta di archiviazione. Opposizione accolta dall’allora giudice per le indagini preliminari Luigi Barrella che dispone ulteriori indagini. Piccininni chiede nuovamente l’archiviazione. La signora Spera fa opposizione alla seconda archiviazione. Il gip Michela Tiziana Petrocelli dispone l’archiviazione, ma dispone anche che il Nastri sia indagato. E così via, per tutte le denunce contro i magistrati, i consulenti tecnici, i curatori, i periti del tribunale di Taranto. Eppure le denunce presentate dai cittadini sembrerebbero molto circostanziate e ricche di dettagli. Chissà. Non a caso dodici senatori del Movimento Cinque Stelle, nel settembre scorso, hanno presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia per sapere, tra l’altro, “se non ricorrano le circostanze per intraprendere le opportune iniziative ispettive, sia presso il tribunale di Taranto, che presso quello di Potenza…” (http://italia.basilicata24.it/cronaca/case-allasta-22082.php). Staremo a vedere.  

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di Giusi Cavallo, Michele Finizio
Ven, 04/11/2016 - 19:21
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