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Editoriale Italia

Ad un vecchio amico che mi ha giudicato traditore confusionario

di Michele Finizio

Michele Finizio Michele Finizio

Mio caro. Nel 1979 ero sulla spiaggia di Torre a Mare. Avevo 18 anni con la gran voglia di fare una domanda a tutto il mondo. Raccolsi una bottiglia di vetro fra le tante accumulate a ridosso di un cassonetto. Scrissi un biglietto con il colore a spirito rosso. Lo infilai nella bottiglia e lo affidai alle onde dell’ Adriatico. Era sera inoltrata, aspettavo gli altri per il solito fuoco della notte. Tutti ragazzi e ragazze della scuola di partito. Giovani promesse del Pci, segnalate dalle diverse federazioni regionali. Io ero uno di loro. Ragazzo  “intelligente, pratico, studioso, leader del movimento studentesco.” L’anno dopo andai alla scuola di Frattocchie. E prima ancora ho frequentata quella di Castellammare di Stabia.  Sulla spiaggia di Torre a Mare facevamo di tutto. Liberi da ogni costrizione. Non c’era per esempio, al contrario di quelli dell’Azione cattolica che avevano un campo nelle vicinanze,  un’ora stabilita per il rientro. Eravamo liberi. La villa del partito era gestita da una famiglia di compagni. Loro si occupavano della cucina, delle forniture, delle pulizie. La signora cucinava benissimo. Nei frigoriferi tutto il ben di dio. Nessun limite. Ma bisognava studiare. Partecipare alle lezioni. Leggere i giornali alla mattina. Nella libreria c’era anche un libro di  Kim Il Sung, il dittatore della Corea del Nord, c’era il libro rosso di Mao. Nell’angolo musica, soltanto cassette di cantautori a quei tempi considerati vicini al Partito, e comunque solo “musica di qualità”. Una scuola di alto livello, da Franco Cassano a Luciano Barca, da Berlinguer a Natta e Chiaromonte e Ingrao. A parte i docenti dalla Cina e dall’Unione Sovietica, i peggiori. Un anno prima avevamo eletto D’Alema segretario della Federazione Giovanile.  A Firenze un clima di terrore. Strade occupate dai militari. Poliziotti ovunque. Moro era ancora da qualche parte detenuto dalle Brigate Rosse. Qualcuno ci insinuava il dubbio del colpo di Stato, altri ci invitavano alla calma. Intanto cercavamo i locali dove panino e birra costassero di meno. Non avevamo un soldo in tasca. Mario, il tuttofare della Federazione di Via Mazzini, a Potenza, ci consegnò il biglietto del treno e ci disse: “Uagliò mi raccomando andate dritti al Palazzo dei congressi”.  Eravamo credo in quattro o cinque a partire dal Capoluogo. Michele Sanza, Di Giulio, probabilmente Nicola Locaspi, non ricordo. Forse c’era anche Mario Ciola di Genzano. Ma  anche Vincenzo Guaragnone di Senise che, se non ricordo male, si è perso nel viaggio. Si è perso come la mia bottiglia lanciata nel mare Adriatico. O forse si è salvato. Certo è che al mio messaggio nessuno ha mai risposto. La libertà esiste? Chissà quanti mari ha attraversato quella bottiglia, o magari è ancora sotto uno scoglio della costa Pugliese. A Torre a Mare mi sono chiesto per la prima volta, a 18 anni, che cos’è la libertà. Una di quelle sere andammo a fare il servizio d’ordine al concerto di Dalla e De Gregori a Bari. All’ingresso numero 5 dello stadio, dove ero stato assegnato, si presentò un sergente dell’esercito, lo stesso che la mattina prima mi aveva trattato come uno straccio. Avevo fatto la visita di leva e i famosi test.  Si spezzò la matita e quel militare mi insultò senza limiti. Lo riconobbi e pretesi che svuotasse il borsello, per un controllo. Lui reagì con il solito “lei non sa chi sono io!”. Lo so chi sei, sei uno stronzo, e se non butti nel cesso quella foto di Minnie Minoprio che hai nel borsello non ti faccio entrare. Mi guardò negli occhi con tutto l’odio di cui era capace. Mi consegnò la foto. Uno che ama Minnie Minoprio ama anche la musica di Dalla e De Gregori? Col senno di poi dico di si. E senza aspettare la risposta dal mare, mi sono convinto che la libertà è soprattutto libertà dal pregiudizio. E’ così che si diventa liberi, sbagliando nel modo giusto. Oggi chiedo scusa al sergente, e a Minnie Minoprio. Ma provo compassione per chi, dal decennio successivo in poi, ha ridotto la politica ad un bazar di voti e di elemosine. Ha distrutto la passione militante ed è stato capace di chiudere i veri luoghi della partecipazione e di formazione che erano le sezioni. Rimpiango le sedi del Movimento Sociale Italiano, del Pci e della DC. Scomparse per un mutamento anomalo del gene della politica. Al diavolo la tecnologia che non c’entra. E non c’entra il muro di Berlino, smettetela. La caduta del muro avrebbe dato una spinta di libertà al mondo. Che c’entra con la corruzione, con la casta, con le malefatte e con le ingiustizie. Non c’entra l’11 settembre, quel tragico evento avrebbe fatto riflettere il mondo intero. Che c’entra con le bolle finanziarie, i titoli tossici, le mafie internazionali. E smettetela con la stagione di mani pulite. Che c’entra con gli ex autisti diventati presidenti e uomini di potere. Che c’entra con i giovanotti portaborse diventati leader di partito e fotocopie ridicole di statisti. La storia ha giocato le sue carte, ma gli uomini, come al solito, hanno barato. Stupidamente. Adesso tutto sfugge al controllo della ragione e tutti inseguono l’ignoto perenne, la prospettiva senza orizzonte che rimbalza ogni giorno sull’inganno della finzione. Diamo un ideale ai nostri ragazzi che non sia il dilemma tra lavoro a tempo determinato o indeterminato, interinale o a collaborazione. Che non sia l’Imu si o no, il bonus benzina o il voucher per la formazione.  Mettiamo in campo pezzi di cielo da coltivare con i sogni di un nuovo mondo. La storia non si ripete, forse, ma desidera tanto parlare. Pensa, amico mio, pensa. Possibilmente con la tua testa se ancora ce l’hai.

Lun, 06/08/2012 - 23:22
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