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Editoriale Italia

L’Italsider, come un mostro, gonfia le sue lingue di fuoco

di Michele Finizio

Michele Finizio Michele Finizio

Chissà Taranto come sarebbe oggi senza quella lurida storia di acciaierie e di raffinerie. Certo è che quegli impianti hanno dato da mangiare e da morire a decine di migliaia di persone. Lo racconta bene Cosimo Argentina nel suo bel libro, edito da Fandango, “Vicolo dell’acciaio”.  Narra degli inquilini del palazzo di Via Calabria 75 nel quartiere Tamburo. In quel condominio pullulano le vite di molte famiglie tarantine irrimediabilmente segnate da una sorte già scritta. Quasi tutti vivono lì perché  è a due passi dall’Ilva, il più grande impianto siderurgico d’Europa. Quasi tutte sono colpite da un lutto o da una malattia causata dalla grande fabbrica. Via Calabria 75 un mondo «fatto di laminatoi, cokerie, bramma, tubi, elettro zincatura, ricottura statica e compagnia cantante… ogni tanto un via Calabria 75 ci lascia le penne. Lo mettiamo in conto». L’Italsider, come un mostro, gonfia le sue lingue di fuoco e incombe minacciosa su tutti: padri di famiglia, mogli e figli. È un burattinaio che muove i fili di ognuno e che induce tutti a chiedersi quando si spezzerà il prossimo e a chi toccherà cadere in ginocchio o finire dritto in una bara. Eppure oggi il mostro è stato sequestrato. Chiuso. E’ come chiudere una città. Ecco perché la fabbrica e il lavoro sono due concetti antichi che insistono ambiguamente nella modernità. Si dovrebbe lavorare per vivere, ma spesso si lavora per morire. I “prima linea” bevono l’acciaio e se lo sparano in vena… Hanno i polmoni pieni di coke… “Il ricatto occupazionale è una spada nelle mani dei padroni… i politici collusi non permetteranno mai che questa vacca da mungere abbia fine…” L’Enichem di Pisticci, la Materit  e tutte le altre merde di impianti che hanno distrutto vite e territori, sono figlie della stessa madre malevola. Quella politica sorda e cieca che ha immaginato e immagina il lavoro come categoria assoluta e totalizzante dell’esistenza.  Puoi morire di veleni, ma anche di incidente, come è capitato a Cogola.  “Morte orribile, si dice nel quartiere; la peggiore che possa accadere a un essere umano... È finito tra due rulli di un laminatoio a caldo, dentro uno dei settori più prima linea del siderurgico. Domani un trafiletto del cazzo… un’associazione protesterà per un paio di giorni. I politici saranno costernati, arriveranno le condoglianze…” Ora gli operai dell’Ilva temono di perdere il lavoro. Sono degli eroi perché non temono di perdere la vita. Ma adesso bisogna lanciare un segnale forte: nessuno deve temere per la vita né per il lavoro. Quando muore Ubaldo Lamanna, nel libro di Cosimo Argentina, l’amico di prima linea ancora in vita legge una sua testimonianza nella chiesa del funerale. E’ un appello senza ascolto da decenni, o forse da secoli. “Ubaldo Lamanna è stato uno di noi. Qui è come in guerra, né più, né meno. E Ubaldo ha lottato per… semplicemente per portare a casa il pane come ogni padre perbene fa per i suoi figli. Per far ciò è dovuto entrare in quel luogo maledetto che lo ha corroso. Entrare in una cokeria equivale a suicidarsi, anche se poco alla volta. Ognuno di noi lo sa. I padroni lo sanno. I politici lo sanno. La mattanza è simile a una guerra dove non si fanno prigionieri. Guadagniamo pochissimo e dobbiamo farcela. I nostri padroni guadagnano molto e le loro mogli vivono in vacanza e i loro figli sono iscritti alle migliori scuole del mondo. Noi, uomini come Ubaldo e me, paghiamo le rette di quei figli e le pellicce di quelle mogli. Ma i nostri ragazzi conoscono giornate come queste e le nostre donne vivono con la certezza di un funerale e di una misera reversibilità. Sappiamo che questo grido di dolore nasce e muore in questa chiesa. Sappiamo che chi si arricchisce con il nostro lavoro è sordo e insensibile alle parole. Sono gli stessi che risparmiano sulle imbracature di sicurezza, sui caschi, sulle scarpe antinfortunio e sul rispetto delle emissioni inquinanti. Il tumore di Lamanna è un evento trascurabile, per i padroni. Io stesso ho il cancro al polmone sinistro. Verrò operato a Lecce la prossima settimana e le probabilità di superare l’intervento sono del 50%. I morti per il lavoro non dovrebbero esistere… è una contraddizione in termini. Uno lavora per vivere e per permettere di vivere alla propria famiglia. Un uomo ha dei diritti. Un lavoratore ha ulteriori diritti. Qui però tutto viene calpestato. Siamo stati abbandonati. Siamo soli con il nostro dramma e così dovremo tirare avanti. Si pretende addirittura che si dica grazie. Anche adesso, in questo istante, c’è il turno delle quattro e ci sono dei nostri compagni, miei e di Ubaldo, che stanno lavorando a una temperatura impressionante e che stanno respirando tutto il veleno del mondo. Ma questo non è un problema. Diventa un problema se la società si organizza per tenerci la testa bassa e progettare per i nostri figli un’esistenza simile alla nostra. Questo non lo possiamo accettare. Questo non lo possiamo accettare… questo è inaccettabile…”

Ven, 27/07/2012 - 23:40
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